Cosa fa impazzire i progressisti del caso Rittenhouse: il cittadino in armi che difende la proprietà

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E così negli Stati Uniti hanno assolto un uomo per aver commesso il fatto? A giudicare dai titoli dei quotidiani, ma anche dello stesso presidente Joe Biden, parrebbe proprio di sì.

I fatti sono questi: lo scorso 25 agosto, Kyle Rittenhouse, 17 anni, nel pieno della protesta di Kenosha di Black Lives Matter e Antifa contro la violenza della polizia (un afroamericano, Jacob Blake, era stato ferito e lasciato invalido, giorni prima, da poliziotti), era sceso in piazza con un fucile per difendere i negozianti locali da eventuali atti di vandalismo. Rittenhouse non era di Kenosha, Wisconsin, ma di Antioch, Illinois. Tuttavia era originario di Kenosha dove aveva lavoro e manteneva rapporti con amici e parenti. I negozi sono stati puntualmente attaccati durante le proteste. Aggredito da militanti di sinistra, alcuni dei quali armati, Rittenhouse si è difeso sparando. Ha ucciso due dei suoi aggressori, Joseph Rosenbaum e Anthony Huber e ne ha ferito un terzo, Gaige Grosskreutz. Nel corso del processo, quest’ultimo ha ammesso di aver puntato una pistola a Rittenhouse prima di essere colpito e ferito al braccio.

L’accusa di detenzione illegale dell’arma è stata la prima a cadere, perché nel Wisconsin la legge locale permette anche a un minorenne di detenere un’arma, purché non sia a canna corta. Legge che può apparire bizzarra, ma è per ora legge di quello Stato del Midwest. L’arma era già a Kenosha ed era detenuta legalmente. Anche l’accusa di essersi recato a Kenosha per cercare rogne è caduta nel corso del processo, perché Rittenhouse ha agito con il consenso della comunità locale, anche se non delle autorità cittadine (sindaco e sceriffo) che erano contrarie alle ronde di vigilantes volontari. Si era recato a Kenosha un giorno prima del fatto di sangue, dunque non si è deliberatamente tuffato nel disordine “a caccia di prede”. Alla fine il tribunale di Kenosha ha assolto Rittenhouse, ora 18enne, da tutte e cinque le accuse, fra cui un omicidio volontario e uno colposo che avrebbero potuto fargli trascorrere una vita in carcere. Kyle ha dunque agito per legittima difesa: questo è il fatto riconosciuto dalla giuria.

Eppure, lo stesso presidente Joe Biden si dice “indignato e preoccupato”, come “molti americani” per questo verdetto. Benché, nel suo discorso, inviti alla calma e al rispetto della sentenza, la sua scelta degli aggettivi, la sua condivisione dei sentimenti di “molti americani” è un atto politico e ha sdoganato le proteste in tutte le città degli Stati Uniti. Di cui già stiamo iniziando a contare i danni.

Incredibile anche la reazione della stampa italiana. La Repubblica titolava “Usa, torna l’incubo razzismo: assolto il ragazzino-killer di Kenosha”. Se è stato assolto, è proprio perché non era un killer. E non si sa cosa c’entri il razzismo, se un americano di origine tedesca ne uccide altri due della stessa origine (Rosenbaum e Huber), entrambi con precedenti penali e ne ferisce un terzo, sempre di origine tedesca (Grosskreutz) che, per sua stessa ammissione, avrebbe potuto sparargli. Se nelle manifestazioni “contro il razzismo” partecipano bianchi con precedenti penali in cerca di devastazione e qualcuno reagisce per non essere ucciso, dove sarebbe “l’incubo del razzismo” che ritorna? Per riflesso condizionato, ben due quotidiani online, Fanpage e Huffington Post, avevano scritto, nel titolo, che Rittenhouse avesse ucciso due afroamericani. Hanno corretto poco dopo, ma hanno mantenuto il punto sulla colpevolezza del ragazzo: ha ucciso, però è stato assolto. Ma anche le più grandi e “neutrali” testate nazionali più grandi e prestigiose continuano a ritenere implicitamente Rittenhouse colpevole anche dopo prova contraria: “Kyle Rittenhouse, che uccise 2 manifestanti anti razzisti a Kenosha, è stato assolto” (Corriere della Sera), “Uccise con il fucile due persone durante le proteste razziali a Kenosha: assolto Kyle Rittenhouse” (RaiNews). Non c’è modo di intendere altrimenti: è un assassino, ma è stato assolto.

E qui casca la maschera: l’America è bellissima, purché cessi di essere America. Quel che scandalizza sia gli intellettuali e i giornalisti italiani, sia un bel pezzo della stessa politica americana democratica (Biden incluso) è infatti uno dei tratti distintivi della Repubblica americana: poter intervenire, armi in pugno, da privati cittadini, in difesa della proprietà privata, contro un aggressore e a sostegno della polizia. Dal 1789, da quando gli Usa sono diventati uno Stato a tutti gli effetti, il governo ha il monopolio tendenziale della violenza. Tendenziale, ma non assoluto, contrariamente all’Europa. Il Secondo Emendamento alla Costituzione, introdotto appena due anni dopo, garantisce ai cittadini la libertà di detenere e portare armi. Non solo per difendersi da aggressori, ma anche, eventualmente, dal governo stesso, se questo dovesse diventare tirannico. Questa è la vera pietra dello scandalo, per i progressisti americani e per gli europei, assuefatti all’idea di una sovranità assoluta dello Stato.

Il secondo motivo di scandalo è più contingente: è ovviamente l’idea che gli Usa siano dominati da un razzismo sistemico. Cioè che siano le istituzioni stesse ad essere razziste. Anche nel caso Rittenhouse, il razzismo entra in gioco. E pazienza che si stia giudicando una sparatoria fra tedeschi-americani (perché questa è) nel corso di atti vandalici: se questi atti vandalici sono stati commessi nel nome dell’anti-razzismo, allora diventano legittimi. E chi reagisce, non facendosi né uccidere né picchiare nel nome dell’anti-razzismo, è “di fatto” razzista. Non importa che sia dimostrata la sua innocenza, è comunque “colpevole”. E questo modo di esercitare la giustizia, anche se adottato dai progressisti di inizio XXI secolo è esattamente il linciaggio usato dai razzisti di inizio XX Secolo. Quelli che uccidevano il nero, o l’italiano, anche se assolto, perché la folla lo aveva già giudicato colpevole.