Ecco come funziona il sistema di credito sociale cinese e come lo stiamo importando

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Lo avrete notato anche voi: la Cina è sparita da tutti i radar, non se ne parla più, nessuna notizia, bassissimo profilo mediatico. Eppure su Atlantico Quotidiano articoli recenti hanno messo in evidenza la “cinesizzazione” della politica italiana e una preoccupante deriva verso un utilizzo, peraltro schizofrenico, della normativa emergenziale come forma di controllo e limitazione di libertà costituzionali.

Senza scendere nel complottismo becero, vorremmo far conoscere un metodo cinese di gestione che potrebbe pericolosamente prendere piede anche qui raccontando in parole semplici cosa è il sistema del credito sociale cinese, che abbrevieremo in CSC.

Il CSC è un sistema a punti in virtù del quale – da un’idea nata nel lontano 2007 e poi perfezionata a partire dal 2014 e da allora sperimentata e attiva sino ad oggi – il governo cinese ha incorporato le azioni di spesa dei cittadini in un sistema digitale integrato che premia o disincentiva i “cittadini”, definendo quali abitudini, creditizie ma anche sociali, sono accettabili e positive per la società cinese e quali no.

Come funziona: il governo cinese controlla l’utilizzo del credito privato e traccia digitalmente il modo in cui vengono pagati i beni, i debiti, gli acquisti di ogni tipo e fa confluire il tutto in un cervellone, rigorosamente statale, che assegna un punteggio di credibilità e affidabilità al singolo cittadino. Una sorta di meritocrazia di stato. O meglio: se spendi conformandoti all’ideologia statale di cosa è socialmente giusto e cosa è sbagliato vai bene e ricevi anche degli incentivi, se non lo fai ci sono disincentivi e una lista nera. Quelle che qui in occidente chiameremmo liste di proscrizione, ben note.

Hanno cominciato le aziende private a registrare abitudini e a conservare e profilare dati, ma ricordiamo che le aziende in Cina sono tutte a partecipazione statale obbligata, quindi private per modo di dire, piuttosto potremmo definirle imprese che per esistere fiancheggiano per forza le idee e i metodi del governo in cambio di alti dividendi, cosa ben lontana dalla concezione occidentale di libertà e rischio d’impresa.

Ovviamente, tutte le aziende e le multinazionali che vogliono operare in Cina devono sottostare a questo metodo e quindi raccogliere e profilare dati e trasmetterli allo Stato (un Istat all’ennesima potenza). Ad ogni impresa lo Stato assegna un codice univoco di credito sociale e ad ogni cittadino un numero identificativo personale connesso alla persona fisica che lo lega in maniera permanente – sottolineiamo permanente – ad ogni suo singolo movimento economico.

Il bello arriva quando hai un debito con lo Stato: alcuni tuoi diritti potrebbero venir meno. Non aver pagato una multa o esserti comportato male su un treno, passare col rosso al semaforo, potrebbero essere la tua condanna ad essere derubricato a essere umano di Serie B, perché la questione assume un rilievo di tipo sociale. Il tutto poi, è, ça va sans dire, collegato al riconoscimento facciale e al monitoraggio delle abitudini online, come giocare ai videogiochi – che toglie punti – oppure a cosa si fa sui social network, quanto ci si sta e similari.

L’utilizzo del denaro diventa quindi sociale, etico o meno a seconda di cosa viene giudicato etico o meno dal governo. Se accumuli punti di buona condotta, come un carcerato – che rende bene l’idea – hai diritto a “crediti”, che possono trasformarsi in prestazioni creditizie o sconti fiscali, ma se ti comporti “male” il tuo nome finisce in una “lista delle persone disoneste”. Un po’ come la nostra Crif – strumento regalìa alle banche e multinazionali da abolire a cannonate – ovvero il prologo dell’azzeramento delle ragioni individuali.

Non essere riusciti,o non aver voluto, diventare genitori, pagare la rata di un tostapane o di un mutuo magari per un motivo totalmente discrezionale basato sulla libertà individuale, al sistema disumanizzante non interessa.

Qui parliamo di un vero e proprio strumento di controllo che il governo cinese ha sfruttato anche in pandemia per individuare chi non rispettava il coprifuoco, violava la quarantena o si rifiutava di farsi prendere la temperatura.

Il lato apparentemente “buono” è che è stato usato anche per consentire ad aziende e privati di ritardare pagamenti con il Covid come giusta causa.

Aderire al CSC è su base volontaria, ma chi non lo fa viene penalizzato, quindi la volontarietà è pressoché inesistente.

La qual cosa ricorda troppo da vicino obblighi vaccinali e Green Pass, e scusateci se storciamo il naso. Immaginate se a chi non è vaccinato si togliesse la possibilità di aprire un mutuo o un conto corrente o di prelevare con il bancomat, o se il Green Pass venisse utilizzato per tracciare i nostri spostamenti e le nostre abitudini non solo di spesa. Quello cinese, chiamiamolo col suo nome, è uno Stato di polizia, per il nostro c’è, forse, ancora margine di manovra.

Non bastava privilegiare la moneta elettronica a discapito del contante, regalando miliardi di commissioni alle banche, e profilare tutti i nostri acquisti e spostamenti con l’utilizzo delle carte, ora anche l’incrocio dei dati con l’Agenzia delle Entrate per colpire i non vaccinati.

Il Green Pass, nato come strumento di controllo “sanitario” è legato inscindibilmente alla persona fisica e ai suoi spostamenti e viene attualmente richiesto per entrare in molti luoghi senza che nessuno si sia preoccupato degli aspetti di riservatezza personale che dovrebbero essere inviolabili e non profilabili o peggio inseriti in database incrociati per punire i cittadini. Senza contare il fatto che chi me lo controlla con il lettore digitale vede chi sono, come mi chiamo e quanto anni ho, mi può cercare sui social, desumere il mio codice fiscale, vedere dove abito dall’elenco… e io invece nemmeno lo conosco il cassiere di un bar. Un leggerissima sproporzione che espone anche a potenziali pericoli. Tra cui il già noto furto di identità e di Green Pass.

Distrazione, insipienza o metodo cinese? Chi garantisce che non sia l’inizio del Grande Fratello istituzionale? Giudicate voi, ma tutto questo necessita un cambiamento di rotta immediato, perché siamo l’Italia, culla millenaria del diritto civile, e non vogliamo affatto diventare la Cina.