Kazakistan, l’ombra di un golpe dai mille padri

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L’introduzione dello stato di emergenza e l’arrivo dei mantenitori della pace dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva stanno aiutando la presidenza Tokayev a ripristinare con rapidità l’ordine e la legalità in Kazakistan, lo stato-continente che fra il 2 e il 3 gennaio è sprofondato nel caos a causa di alcune proteste contro il caro-energia che, molto rapidamente, hanno assunto i contorni di una sedizione.

Gli eventi accaduti nel corso della prima settimana di insurrezione sembrano aver dato ragione a coloro che, fin da subito, hanno visto nei dimostranti-guerriglieri la longa manus di uno o più attori stranieri. Dalla possibile presenza di terroristi islamisti provenienti da Medio Oriente e Asia centrale – che troverebbe riscontro nel ritrovamento di due poliziotti decapitati – all’autoassunzione di responsabilità dell’oligarca e fuggitivo Mukhtar Ablyazov – che ha dichiarato ai media occidentali di coordinarsi quotidianamente coi rivoltosi –, passando per le purghe ai piani alti – cominciate con l’espulsione di Nursultan Nazarbaev dal Consiglio di Sicurezza e terminate con l’arresto per alto tradimento dell’ex primo ministro Karim Masimov –, tutto sembra provare, più che indicare, che in Kazakistan abbia avuto luogo un tentato golpe.

Il bilancio dei disordini

La crisi kazaka va rientrando, complice l’arrivo in loco dei pesi massimi della guerra irregolare al servizio del Cremlino, e nel geostrategico Kazakistan, crocevia di civiltà e di interessi delle grandi potenze del mondo, è tempo di bilanci. Quella che aveva avuto inizio come una mobilitazione popolare, in parte genuina – provocata dal dislivello tra reddito e costo della vita, nonché dal disagio di vecchie e nuove periferie come Almaty, la fu capitale divenuta la “Detroit del Kazakistan” –, ha velocemente assunto le fattezze di una rivoluzione colorata, che ha tanti padri quanti figli.

I numeri del tentativo di rovesciamento della presidenza Tokayev sono eloquenti, autoesplicativi, e rendono l’idea del grado di elevata violenza di cui le istituzioni sono state testimoni. All’8 gennaio, secondo le cifre fornite dall’ufficio presidenziale e dai vari ministeri, in Kazakistan si presentava la seguente situazione:

Vari registi, tanti partecipanti

Nei comunicati ufficiali della presidenza Tokayev, da alcuni giorni, viene fatta menzione aperta ed esplicita alla presenza di guerriglieri esperti tra i rivoltosi. Guerriglieri con “esperienza di partecipazione al combattimento nelle zone calde del pianeta”, che farebbero parte di “gruppi terroristici ben coordinati, addestrati all’estero” e di natura islamista – o meglio jihadista –, che in alcuni casi sarebbero entrati in Kazakistan nei giorni precedenti agli scontri e in altri si sarebbero già trovati lì, perché residenti, ovverosia cellule dormienti in attesa di essere svegliate.

Una tesi, quella delle cellule dormienti e della regia esterna, esposta sulle colonne di Osservatorio Globalizzazione allo scoppio dell’insurrezione, e alla quale i fatti successivi hanno dato ragione. Perché nelle comunicazioni presidenziali, oggi, si parla espressamente di una crisi provocata “dall’attivazione di cellule dormienti” che “le forze dell’ordine, sfortunatamente, non erano pronte” a fronteggiare, vista la loro capacità di portare avanti “attacchi massicci e coordinati in diverse regioni contemporaneamente”.

Quando si scrive di cellule dormienti, sebbene sia corretto porre l’attenzione sull’islam radicale e sul jihadismo, non va trascurato il ruolo-chiave giocato dal crimine organizzato, i cui clan sono stati storicamente ammanicati con il potere durante l’era Nazarbaev. E vanno interpretate con avvedutezza le mosse di Kassym-Jomart Tokayev, che fin da subito ha creduto all’esistenza di quinte colonne, di una congiura di palazzo, come (di)mostrato dall’esautorazione dell’ex padre della nazione dal Consiglio di Sicurezza, dalle dimissioni del capo dell’esecutivo e, infine, dall’arresto dell’ex primo ministro Karim Masimov con l’accusa di alto tradimento.

Quello che potrebbe essere accaduto, in breve, è che i capifila della generazione Nazarbaev abbiano pianificato una sedizione allo scopo di far cadere la presidenza, utilizzando il governo – autore della riforma sul prezzo del gpl – e cellule dormienti – crimine organizzato, opposizione extraparlamentare, terrorismo – come braccia operative, ricevendo supporto esterno da aminemici utili in termini di capitale e contatti – come l’oligarca Ablyazov – e la benedizione di potenze interessate all’uscita della nazione dalla sfera d’influenza russo-cinese – come gli Stati Uniti.

Il dopo-crisi

Applicando nel teatro kazako un innovativo modello di gestione della crisi collaudato per la prima volta in Bielorussia ai tempi dei disordini post-elettorali dell’agosto 2020, e poi replicato in Armenia durante la seconda guerra del Karabakh, la Russia ha saputo volgere a proprio favore degli eventi potenzialmente cataclismici. Perché rispondendo prontamente alla chiamata d’aiuto ricevuta da Tokayev, evitandone una probabile detronizzazione, il Cremlino avrà il potere, nel dopo-crisi, di blindare il geostrategico Kazakistan nel campo di gioco russo.

Sebbene sia vero che l’insurrezione di inizio gennaio sarà cibo per la mente dei decisori politici del Cremlino e dello Zhongnanhai, che dovranno forzatamente riflettere sui limiti del modello dell’autocrazia illuminata – pena il ripetersi di simili accadimenti al loro interno o in altri luoghi appartenenti al loro estero vicino –, lo è altrettanto che, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere. Perché il Kazakistan era un attenzionato speciale della Russia già da parecchio tempo, alla luce dei flirt con l’Occidente, dell’agenda interna di derussificazione e di altri sgambetti mai digeriti – come il veto ad una proposta del Cremlino in materia di potenziamento (in senso politico) dell’Unione Economica Eurasiatica –, e questa crisi pilotata costringerà Tokayev, come un biblico figliol prodigo, a tornare alla casa del padre.

Cosa succederà nel dopo-crisi? La presidenza Tokayev sarà costretta a correre ai ripari, vista l’importanza degli investimenti diretti esteri per l’economia nazionale, procedendo quanto prima all’introduzione di riforme realmente incisive a beneficio della collettività, dell’emergente classe media e delle periferie a lungo trascurate. La stabilizzazione economica sarà propedeutica a quella sociale, nonché alla rassicurazione dei mercati internazionali – che osservano con trepidazione gli eventi, essendo il Kazakistan un gigante nell’esportazione di uranio e nell’estrazione di bitcoin –, e dovrà essere accompagnata da un lavoro di indagine teso a mascherare menti ed esecutori del golpe.

Per quanto concerne la Russia, pianeta attorno al quale orbita il satellite Kazakistan, dovrà trovare necessariamente il modo di esporsi nei suoi affari interni in maniera equilibrata. Un equilibrio obbligato e motivato dal perseguimento di tre obiettivi: l’evitamento di una sovraestensione imperiale non sostenibile – data la pluralità di teatri di crisi in cui è coinvolta, dall’Ucraina al Nicaragua –, la comparsa di pericolosi ritorni di fiamma causati dall’intervento dell’OTSC – un mandato esteso e multifunzione potrebbe incoraggiare elementi radicali a consumare violenze contro la comunità russa, che costituisce poco meno del 20% della popolazione totale – e la costruzione di fiducia tra i membri di quell’estero vicino rimasto prossimo e fedele – che plaudono per la fine dello stand by dell’OTSC, ma ne temono un impiego neo-imperialistico, come intuito da Anthony Blinken.