Kenosha Rising: l’impostura mediatica dopo l’assoluzione di Kyle Rittenhouse

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“Kyle Rittenhouse, che uccise due manifestanti antirazzisti a Kenosha, è stato assolto” e “USA, assolto Rittenhouse: uccise due manifestanti anti-razzisti a Kenosha”, titolano quasi all’unisono Corriere della Sera e Adnkronos. Per RaiNews, il giovane assolto uccise, semplicemente, ‘due persone’, come se avesse aperto il fuoco contro due passanti.

Il capolavoro lo raggiungono l’Huffington Post e Fanpage: il primo, parlando di “sentenza shock”, descrive le vittime di Rittenhouse come “due attivisti neri”, mentre il secondo li descrive come “afroamericani”, e chiaramente chiunque sia ancora in possesso della vista capisce trattarsi invece di due bianchi. Per Open, i due morti erano generici “manifestanti”.

Kyle Rittenhouse è finito a processo, lo ricordiamo visto che la sentenza ha avuto notevolissima eco anche in questo versante del mondo ma le fasi del processo non hanno goduto di pari attenzione, per aver ucciso nell’agosto del 2020 due estremisti di sinistra, e per averne ferito un terzo, che nella cittadina di Kenosha, in Wisconsin, da giorni messa a ferro e fuoco, provarono a linciarlo. Letteralmente.

Rittenhouse, che aveva superato il confine tra l’Illinois, dove risiede, e il Wisconsin con in mano un fucile d’assalto AR-15 e si era unito ad altri cittadini armati posti a protezione di attività commerciali minacciate dai militanti di Black Lives Matter e Antifa si trovò faccia a faccia, non metaforicamente, con i suoi assalitori, uno dei quali armato con una pistola Glock: il ragazzo, nell’occasione, non ha sparato contro meri saccheggiatori, non ha aperto il fuoco contro qualche incappucciato colpevole di aver distrutto una vetrina o incendiato una macchina, ma ha fatto fuoco per difendere la propria vita dopo essere stato accerchiato, colpito, inseguito e fatto finire a terra.

Ed ora questa elementare verità, nota a chiunque abbia voluto osservare quei fotogrammi con spirito non partigiano né pregiudiziale, è emersa in una aula di giustizia.

Contestualizzare i fatti, un esercizio sempre più difficile in questa epoca di iper-polarizzazione e di steccati mentali e pseudo-ideologici, aiuta a comprendere sviluppi processuali che, con buona pace dei mass media, non sono affatto ‘shock’.

Rittenhouse infatti, con altrettanto buonissima pace della stampa americana e italiana – e pure del presidente Joe Biden che si è detto in un suo statement affranto per l’esito della sentenza, pur riconoscendo che la sentenza va rispettata e il sistema di giustizia basato sulle giurie popolari funziona – ha semplicemente protetto la sua vita, dopo essere stato scaraventato a terra e ripetutamente colpito dai militanti di sinistra, i quali hanno cercato pure di sottrargli il fucile e si immagina anche per farci cosa.

Le vittime del fuoco di Rittenhouse, sia detto per inciso, come ci ricorda il New York Post, godevano di precedenti penali particolarmente inquietanti, con uno dei due addirittura condannato per abuso su minore e un altro per abuso domestico.

E diciamo che, al di là del record criminale, se sei così stupido o fanatico da attaccare per fare male sul serio, inseguendo e accanendoti su una persona che tra le mani regge un fucile d’assalto ci sono buone possibilità che il tuo volto finisca per adornare qualche meme punteggiato dal motto ‘fuck around and find out’.

I vari video che circolarono subito dopo l’aggressione patita dal ragazzo e l’uccisione dei due estremisti e il ferimento di un terzo immortalavano già una realtà assai diversa da quella monoliticamente descritta da una certa stampa e dal mondo politico di sinistra, a partire proprio dal futuro presente Biden che parlò allora, senza mezzi termini, di Rittenhouse come di un suprematista bianco. Chiaramente, altri politici di area Dem non mancarono di descrivere Rittenhouse come un razzista, un nazista, un elemento pericolosissimo che si sarebbe dovuto sbattere in galera senza processo.

Il contesto, dicevamo. Si era nel cuore di un clima quasi insurrezionale, seguito la morte di George Floyd, e successivamente quella di Jacob Blake, due afro-americani uccisi dalla polizia. Blake era stato ucciso dalle forze dell’ordine proprio in Wisconsin, aspetto che aveva innescato la miccia degli scontri e dei saccheggi in questo Stato.

Black Lives Matter e gli incappucciati Antifa mettevano a ferro e fuoco città, locali, negozi, danneggiavano, aggredivano, imponevano il loro regime del terrore, mentre nel cuore dell’opinione pubblica montava l’idea di ‘Defund the Police’, in varie città.

Nella prospettiva marxista-insurrezionale non tutte le vite dei neri contavano allo stesso modo. Difatti in pochi si indignarono quando venne ucciso a sangue freddo Bernell Trammell, un afro-americano sostenitore di Donald Trump.

La violenza che ha percorso gli Stati Uniti in quei lunghi, infuocati mesi ha scarsi precedenti: diffusa capillarmente in tutti gli Stati, a differenza ad esempio di brutali riots precedenti come quelli del 1992 a Los Angeles che invece rimasero confinati nella megalopoli californiana.

Seattle, dopo la morte di Floyd, venne trasformata in una grottesca Comune anarchica, con la polizia scomparsa e intere aree cittadine occupate militarmente da gruppi marxisti, mentre in molte città i Consigli cittadini tagliavano sul serio i fondi alla polizia, con la risultante di far schizzare alle stelle il crimine nelle aree più povere e depresse, popolate da persone che avrebbero avuto difficoltà a potersi permettere una polizia privata in poco tempo.

Le polemiche che colpirono le forze di polizia finirono per inibirne gli interventi, e dietro l’arretramento degli uomini in divisa avanzarono le orde di devastatori che senza più alcun freno sciamarono per città e contee facendo il bello e il cattivo tempo, molto spesso guardati con una certa accondiscendenza e simpatia da politicanti, esponenti del mondo accademico e giornalistico, starlette, musicisti che scambiavano quei teppisti, situati ormai ai limiti del terrorismo domestico, per vendicatori della causa anti-razzista.

Chiunque abbia visto foto e video di Kenosha in quei giorni ricorda le volute di fiamme e di fumo nero, il clima di autentica guerriglia, le persone aggredite, gli scontri, e quel meravigliosamente grottesco e surreale ‘mostly peaceful’ della Cnn stampato in sovra-impressione, per descrivere le proteste di piazza, proprio su uno scenario con alle spalle distruzione e fiamme.

Molti cittadini, stufi marci del clima di tirannia imposto dai militanti ‘antirazzisti’ (virgolette rigorosamente d’obbligo) e dal vedersi distruggere senza alcun motivo il posto di lavoro, la abitazione, l’autoveicolo, si sono armati e hanno protetto le loro proprietà.

Fece il giro del mondo il video di alcuni italo-americani che armati fino ai denti presidiano l’ingresso del loro negozio per evitare che finisse saccheggiato e distrutto. E non si può dimenticare la difesa armi in pugno della propria abitazione da parte dei congiugi McCloskey che si ritrovarono gli Antifa nel giardino di casa, a St Louis, in Missouri.

Rittenhouse non è di certo un eroe, ma non è nemmeno un ‘killer’, come pure la stampa ha pensato bene di definirlo, non è un nazista, né un terrorista o uno spietato omicida. È un ragazzo che forse ingenuamente e con quello spirito naif che spesso connota molti americani ha pensato di prestare un servizio reale a tutela della vita ordinata e armonica di altri americani, da troppi giorni ormai imprigionati in una spirale di violenza da cui il potere pubblico sembrava non avere volontà o forza di proteggerli. D’altronde Rittenhouse non era solo, ma si era unito ad altri cittadini che con spirito da Milizia avevano raggiunto Kenosha per tutelare, in armi, le abitazioni e i locali.

Non mi stupisce il balletto artefatto messo in piedi dalla stampa mainstream che incapace di metabolizzare la realtà dei fatti e il verdetto di assoluzione ha dovuto alterare la verità, descrivendo l’imputato come un assassino e le vittime come meri, semplici, magari pacifici manifestanti, addirittura, falsificando la verità innegabile, dipinti come “afro-americani”, mentre come si ripete si trattava di bianchi.

Il gioco comunicativo del mainstream e di una certa parte politica è piuttosto lineare e scoperto: Rittenhouse è un razzista violento che ha raggiunto Kenosha per fare il giustiziere e ha ammazzato due manifestanti neri. Come fosse una battuta di caccia all’uomo in epoca Ku Klux Klan. Cortocircuito perfetto.

Nessun titolo di giornale utilizza anche solo vagamente parole, termini o concetti da cui traspaia il motivo per cui è stata riconosciuta la legittima difesa, ovvero la brutale aggressione che Rittenhouse ha patito. Dai giornali viene sbianchettata la natura violenta dei “manifestanti”, i quali rimangono là, esibiti come due sfortunate persone che sembrerebbero quasi essersi imbattute per puro caso nel giustiziere Rittenhouse.

Le sentenze, come tutte le cose umane, fallibili per loro natura, possono e anzi devono essere analizzate, commentate, discusse e anche criticate, ma il punto è esattamente questo: il verdetto di assoluzione non viene semplicemente commentato o criticato dalla stampa mainstream e dalla politica. Il modo in cui la notizia è stata presentata e data in pasto agli appetiti del pubblico, i tweet scomposti (sublime per mancanza di senso del ridicolo lo scrittore Stephen King che ha sintetizzato tutto con un “e allora il ragazzo bianco l’ha fatta franca. È questo il messaggio?”), la polemica politica, segnano quel tic pavloviano della sinistra e del mondo progressista: il garantismo e le leggi si interpretano con ampia elasticità per chi la pensa come noi, tutti gli altri, e non ci sono sentenze che tengano, meritano comunque la punizione.