La partita a scacchi per il Quirinale: le mosse di Draghi e Pd per non finire mangiati

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Abbiamo immaginato cosa il Pd potrebbe fare nei due mesi che ci separano dalla riunione dei grandi elettori, plausibilmente fissata per il 18 gennaio. Oggi vorremmo immaginare ciò che potrebbe accadere all’approssimarsi di quella data, se le due parti saranno entrambe ancor non dome.

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1. Draghi vuole restare a Palazzo Chigi? – Il 7 ottobre su Atlantico avevamo raccontato di come il Pd non voglia Draghi al Quirinale e suggerito la possibile reazione di quest’ultimo: “non rendersi disponibile ad un reincarico dopo le dimissioni dovute ad un nuovo presidente della Repubblica che non sia lui stesso”. L’11 e 12 novembre, siamo stati contenti di leggere la stessa ipotesi su il Fatto e La Stampa, sia pur espressa in termini leggermente impropri; poi addirittura in un articolo di Bruno Vespa.

D’altronde, gli indizi si accumulavano circa le aspettative temporali di Draghi al momento della formazione del governo. Le parole di Giavazzi lo scorso maggio. Certe confidenze del ministro Franco circa l’impegno offerto da Draghi “che, sulla carta, avrebbe dovuto avere un orizzonte di un anno”. La smentita cena con Mattarella il 23 settembre, al Quirinale, nella quale Draghi avrebbe detto a Mattarella “se resti tu, resto anche io”, affermazione che ci sembra aver risposto ad una domanda “se io resto, tu che fai?”; domanda che Mattarella non avrebbe avuto bisogno di porre, se non fossero esistite diverse aspettative. Le parole di Giorgetti e Brunetta dei giorni successivi. Tutto lascia pensare che, a gennaio, Draghi abbia posto un limite alla propria disponibilità e Mattarella ne abbia preso atto.

Si aggiunga la più recente “irritazione di Draghi”, anzitutto verso il Pd, oggettivamente il maggiore ostacolo alla propria elevazione al Colle; malumore, per Cappellini su La Repubblica; preoccupazione per Monica Guerzoni sul Corriere.

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2. Il Pd intende cedere? – La novità è che, pure di fronte a tale alternativa secca, il Pd sembra deciso a fare a meno di Draghi. I suoi editorialisti sanno benissimo che “Draghi lontano dal Quirinale apre il capitolo della tenuta politica del suo governo”, poiché “il suo mancato approdo al Colle sarebbe comunque letto come una sconfitta del premier”. Ma lo scrivono con implicita soddisfazione.

Il candidato del Pd è sempre Mattarella. Il quale sì, ha pronunciato una breve battuta, da altri vestita da rinuncia alla rielezione, seguita da una seconda ancor più vaga. Ma i giornali amici continuamente insistono che potrebbe ripensarci, ex-multis: Tommaso Ciriaco si spinge a rovesciare la realtà e scrive che Draghi si dimetterebbe”, se Mattarella non venisse riconfermato … le comiche; fuor di finzione, Matteo Orfini propone al Pd di votarlo fisso dal primo scrutinio.

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3. Per vincere, Draghi deve indicare il nome del suo sostituto? – Enrico Letta ha detto: “sul Quirinale non dirò nulla fino a gennaio”. Un modo per costringere Draghi ad esporsi. Come spiega il deputato Ceccanti, se fosse Draghi “si dovrebbe scegliere un nuovo presidente del Consiglio, sul cui nome si possano registrare uguali consensi”, ovviamente. Ma – continua Ceccanti – il nome andrebbe speso subito, altrimenti, “i parlamentari non voterebbero al buio per Draghi se non fosse chiaro che cosa succede al governo dopo” e “si precipiterebbe in una crisi istituzionale”, cioè in una serie infinita di votazioni. Dalla quale si uscirebbe solo con un appello a Mattarella: “non ci sono alternative al Mattarella bis”. Ceccanti pare rincari: “se non cambiano le condizioni, a oggi Draghi è il candidato più debole”. È questa la favola, ovunque ripetuta, dei peones: massa di parlamentari terrorizzati ed irragionevoli al punto da non saper valutare manco le vie più sicure per conservare lavoro e contributi (non il vitalizio, quello è assicurato) sino all’ultimo giorno possibile. Ormai un genere letterario, ma di fantasia: invero, nello scrutinio segreto, a Draghi mancheranno i voti del Pd, non quelli dei peones.

La realtà è che Draghi non può spendere un nome prima di essere stato eletto: verrebbe immediatamente accusato di mercimonio, concussione o chissà che altro. Perciò – assicura Vespa – “non si muove”. Perciò fa parlare il proprio barista. Perciò il Pd cerca di stanarlo. Ha cominciato Mattarella con le proprie brevi battute, che hanno ottenuto l’effetto di concentrare l’attenzione di tutti sul concorrente. Ha proseguito Bombardieri della Uil. Lo provocano Di Maio (Draghi “deve dare una prospettiva al Parlamento, di sopravvivenza”) e, con lui, Giannini, Ugo Magri, De Angelis, Cappellini, Claudio Martelli. Una trappola, manifestamente.

Insomma, quando si muoverà offrendo sé stesso per il Quirinale, immaginiamo Draghi non farà nomi per Chigi.

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4. Draghi si autocandiderà? – Per il Pd, il senatore Zanda prevede lo farà ed ammonisce: l’autocandidatura “è una sgrammaticatura, perché nessuno dei dodici presidenti che abbiamo avuto si è mai autocandidato”. Draghi potrebbe rispondere al Pd con l’argomento semipresidenziale che ha anticipato Pasquino: “l’opinione pubblica comincerebbe a saperne di più su quello che è lecito desiderare e aspettarsi da chi è disponibile ad essere eletto”. Paolo Mieli si spinge ad auspicare il “coinvolgimento dell’elettorato nella scelta delle cariche della Repubblica”, subito castigato dallo stesso Pasquino, al quale la democratura italiana piace così com’è e solo la gradirebbe un poco più conflittuale. Entrambe, comunque, sembrano preparare le armi per il giorno che la auto-candidatura verrà.

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5. Se si candidasse, Draghi vincerebbe? – Per Draghi, hanno parlato Brunetta e Giorgetti parlando di semipresidenzialismo de facto, un modo sciocco che ha aperto un varco alle intemerate dei costituzionalisti del Pd che abbiamo visto. Ma ciò non toglie si tratti solo di un modo sciocco per dire una cosa semplice: Draghi troverebbe un proprio galoppino per Palazzo Chigi e lo proteggerebbe come Mattarella ha protetto lui … usando dei deragliamenti presidenziali. Non a caso, chi lo nega nega pure l’esistenza di questi stessi deragliamenti, ma è fuori dalla realtà. Fra gli altri Casini, ma solo perché alla ricerca di un ruolo che la candidatura di Draghi gli negherebbe. Sul fronte opposto, Meloni dà “per scontato che si tenti un altro governo con Draghi al Colle”, per aggiungere che tale governo “sarebbe indegno e in difficoltà”, non che non nascerebbe; per poi implicitamente suggerirne persino il programma, quando insiste per una nuova legge elettorale.

Tutto ciò conforta i peones i quali, infatti, da Draghi presidente della Repubblica non avrebbero da temere. Tutti i peones: pure quelli del Pd. Molti dei quali, per conseguenza, voterebbero Draghi a scrutinio segreto, pure se Letta avesse segretamente chiesto loro di fare il contrario. Quando Draghi ripete la formula “deciderà il Parlamento”, quando “a Palazzo Chigi tutti ricordano lo scenario assai diverso in cui fu eletto al primo colpo Carlo Azeglio Ciampi, quando i leader governavano saldamente i loro gruppi parlamentari”, ebbene si intende far presente a Letta questa sua debolezza.

Insomma, se Draghi si candidasse senza fare il nome del proprio successore, avrebbe buone possibilità di vincere.

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6. Il Pd può impedirgli di candidarsi? – Sì, con un accordo fra i partiti per un candidato alternativo. È questa la proposta del citato senatore Zanda, il quale li invita a non “aspettare che Draghi si autocandidi al Quirinale” ma, anzi, ad “accordarsi a tempo debito per un nuovo presidente” che non sia lui. Infatti, Letta ha proposto “un patto tra i partiti, a sostegno di Draghi” … presidente del Consiglio. Tuttavia, per tenere unito il Parlamento Letta dovrebbe proporre un candidato di destra, magari lo stesso Berlusconi; ma il Pd veramente vuole avere il Colle per sé e questo primo caso non può essere, infatti offre una rosa di candidati, magari pure graditi alla destra, ma tutti compagni, con o senza tessera del Pd: un Gentiloni, diciamo.

Non pare che la destra sia disposta a votare un Gentiloni, e certi voti contro il governo in Parlamento sembrano essere stati pensati come un segnale per Letta.

Ciò nonostante, nel denegato caso che la destra accettasse di votare un Gentiloni, qui interverrebbe la nostra ipotesi e Draghi farebbe sapere di “non rendersi disponibile ad un reincarico dopo le dimissioni dovute ad un nuovo presidente della Repubblica che non sia lui stesso”. Già sappiamo che, pure di fronte a tale alternativa secca, il Pd sembra deciso a fare a meno di Draghi e Zanda lo conferma (“deve fare questo che sta facendo, il premier e deve accettare le decisioni del Parlamento. Se deciderà di eleggerlo bene, se no, deve prenderne atto … Non voglio assolutamente entrare nel merito, considero sbagliato parlarne”). Purtroppissimo, … alcuni degli altri partiti potrebbero vederla diversamente. Insomma no, il Pd non può impedire a Draghi di candidarsi.

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7. E il 5 Stelle cosa vuole? – La posizione del Pd è indebolita dalla profonda frattura interna ai 5 Stelle. Di Conte sappiamo che ha ostacolato il patto di maggioranza di Letta, sappiamo che sul Quirinale condivide la analisi di Giavazzi e sappiamo che, battuto nell’ultimo giro di nomine Rai, ha reagito contro il Pd. Pressappoco il contrario di Di Maio, che quelle nomine avrebbe tacitamente avallato e che, sul Quirinale, segue pedissequamente la posizione di Letta. La evidente contraddizione suggerisce a taluni di insistere e così fa Ignazi. Ma immaginiamo il suo tentativo farà la stessa fine del precedente. Insomma, non stupisce che i grandi elettori 5 Stelle abbiano le idee parecchio confuse.

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8. Conviene a Draghi non candidarsi? – Facciamo il caso che Draghi non si candidi. Svolgimento: (1) Letta propone solo compagni, con o senza tessera del Pd. (2) Per conseguenza logica inevitabile, il Parlamento si divide: pro e contro la candidatura di qualcuno, magari Berlusconi. Con le parole di Vincenzo Visco: “sarebbe il caos”. Draghi prenderebbe atto e confermerebbe la propria indisponibilità ad un reincarico. Se questo qualcuno venisse eletto, lo sarebbe da “una maggioranza diversa da quella attuale” (non necessariamente comprendente il Pd), la quale proverebbe l’irresistibile tentazione di capitalizzare la vittoria con una veloce campagna elettorale generale. Ciò non porterebbe alcun vantaggio ai peones e siamo sicuri lo capiscano da soli. (3) Se questo qualcuno non venisse eletto, il Parlamento irrimediabilmente diviso invocherebbe Mattarella, il quale chiederebbe in cambio una nuova legge elettorale e/o una piccola riforma costituzionale (“no alla rieleggibilità, via il semestre bianco”): abbastanza da tenere occupato il Parlamento sino al termine naturale della legislatura. Incaricherebbe un nuovo presidente del Consiglio, accettato da tutti i partiti che lo abbiano sostenuto ed i peones avrebbero quanto cercano.

Insomma, se Draghi non si candidasse, perderebbe Chigi e il Quirinale. Quindi, immaginiamo si candiderà e tenterà la sorte.

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9. Conviene a Draghi candidarsi al principio? – Pure nel caso Draghi si candidi e fallisca, lo stesso la sua maggioranza si dividerebbe, lo stesso egli prenderebbe atto della sfiducia del Parlamento alla sua persona e confermerebbe la propria indisponibilità ad un reincarico, lo stesso si arriverebbe a Mattarella. Insomma, se Draghi aspettasse a candidarsi, otterrebbe lo stesso risultato che non candidandosi: perdere Chigi e il Quirinale. Quindi immaginiamo si candiderà dal principio.

Ciò significherebbe spazzar via la candidatura di Berlusconi. Infatti Meloni, non solo stoppa il patto di maggioranza proposto da Letta, ma pure invia una freccia al curaro a Berlusconi, colpevole di averlo accolto: “dunque, visto che il Pd non lo voterà mai, credo che Berlusconi abbia fatto un passo indietro” … cioè fa fare a Draghi un passo avanti.

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Il lettore avrà la bontà di concederci che molta acqua ha ancora da passare sotto i ponti e tante cose potrebbero ancora cambiare. Solo se avanti di questo passo, Draghi e il Pd finirebbero veramente per incontrarsi in singolar tenzone. Magari non dentro la riunione dei grandi elettori, magari qualche giorno prima. Se così andasse a finire, solo uno sopravviverà: o Draghi al Colle, o Mattarella ma senza Draghi a Chigi.

In altri tempi, le due parti si sarebbero sfidate nelle urne delle elezioni generali. Ma, in quei tempi, l’Italia era ancora una democrazia. Oggi è una democratura, nella quale chi conquista il Quirinale conquista il potere. E il Quirinale non lo si conquista alle elezioni generali. Ben si comprende l’importanza delle settimane che ci aspettano.